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16 mag 2014

Storia di Roma (Leggenda/Storica)/Il Colosseo

Le origini di Roma secondo il mito

Una leggenda racconta che due fratelli gemelli, "Romolo e Remo", avessero fondato la città di Roma.
I due gemelli erano figli di Rea Silvia, una vestale struprata in un bosco sacro dal Dio Marte; successivamente abbandonati in una cesta, sulle rive del fiume Tevere; quando una "lupa" (allegoria di una prostituta, "lupanare" in latino era il luogo dove si svolgeva la prostituzione),
scesa dai monti per abbeverarsi, attratta dai vagiti (pianti) dei due neonati li aveva raccolti e allattati entrambi (la lupa, diventa subito in Roma simbolo della "città eterna").
Crescendo, Romolo e Remo, furono poi nutriti e allevati da un pastore di nome "Faustolo", il quale, crebbe in forza e in salute i due gemelli.
Divenuti adulti e vigorosamente molto forti, i gemelli decisero di fondare una città, affidandosi alla volontà degli Déi, grazie all'interpretazione del volo dei sacerdoti chiamati "Aurispices".
Così guardarono il cielo e Romolo, colui che aveva visto più uccelli (avvoltoi) volare intorno a un preciso pezzo di terreno, sfidò il fratello Remo (i cui figli fondarono la città di Siena), il quale,  non accettando di aver perso la competizione, venne ucciso dal fratello, diventando in questo modo, Romolo il primo Re di Roma.

Le origini di Roma secondo la storia

Uscendo dal mito, gli storici ci dicono che nel VIII secolo a.c., esattamente nel 753 a.c., a Roma vi fosse stata impiantata la prima pietra; laddove abitavano molte comunità, gruppi cioè di latini che avevano costruito i loro villaggi sui sette colli:
Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino. Palatino, Quirinale e Viminale.
Tutti e sette, vicini alla foce del fiume Tevere, si fusero l'uno con l'altro, dando origine alla città di Roma.
Si cominciò così a parlare di Italia già nel VI secolo a.c., dal nome di Italo, Re leggendario degli Itali, un popolo abitante la punta della Calabria, famoso per la sua forza e la sua saggezza.
Alla fine del IV secolo a.c. con il nome Italia si indicava solo la parte meridionale della nostra Penisola: i Romani infatti chiamavano se stessi "Romani" mentre definivano "Italioti" tutti gli altri popoli a sud del Lazio.
Nel III secolo a.c., man mano che le legioni romane avanzavano verso nord, il termine Italia si estenderà a tutta la nostra Penisola fino alle Alpi.
Nel 753 a.c., dunque questi sette villaggi fondarono un unico nucleo, quello della "città eterna", di Roma "Caput Mundi", nome con cui passerà alla storia, diventando in poco tempo la città più potente del mondo.
Con il tempo, i Romani, dominarono e sottomisero:
  • Tutti i popoli "extra-Lazio"
  • Tutta l'Italia
  • Padroni del commercio nel Mar Mediterraneo
  • Conquistarono la Grecia
  • Sottomisero tutta l'Europa
Nel momento della sua massima espansione, l'impero Romano, a nord, aveva conquistato tutta l'Inghilterra; ad ovest la Spagna, le Gallie e il Portogallo; ad est quasi tutta la Germania, l'Ungheria e la Romania; a sud-est tutta la Mesopotania, la Palestina e la Fenicia. A sud tutta l'Africa Settentrionale.
Il Senato Romano

Una volta fondata la città, quando si dovevano prendere decisioni molto importanti, comandava il "Rex" (oltre ad essere il capo indiscusso dell'esercito, era anche capo dei sacerdoti e di tutti gli Déi dell'Olimpo) egli veniva aiutato dal senato (senatus), la più autorevole assemblea dello Stato Romano, composta da anziani i cui membri erano chiamati "Patres" cioè Patrizi.
Il termine Senato deriva dal latino “senex” (vecchio), perché i membri del Senato erano inizialmente solo i più anziani del popolo Romano, uomini cioè di una certa esperienza, saggezza e ricchezza.
Quando il Rex moriva, il potere tornava in mano al Senato, il quale nominava un candidato che potesse succedere al Re defunto. Il Senato dava il nominativo al futuro Re, che poi veniva sottoposto alla elezione formale davanti al popolo di Roma che, con grida e applausi gli dava l'incarico definitivo, mentre il Senato metteva ufficialmente per iscritto l'elezione, in questo modo il Re veniva ufficialmente nominato dal popolo; di fatto, veniva eletto dietro indicazione del Senato.
La leggenda racconta che fu proprio Romolo a decidere che il Senato fosse inizialmente composto da 100 Patrizi; poi raddoppiato da Tarquinio Prisco, in seguito arrivò a 300 sotto Lucio Bruto. Il senato raggiunge i 600 membri sotto Silla; sotto Giulio Cesare arriva a 900 persone; fu in seguito sotto Augusto riportato a 600.

Il Colosseo
Se il simbolo dell'Egitto sono le piramidi; se la Grecia aveva l'Acropoli, il simbolo del potere di Roma era il Colosseo (detto anche Anfiteatro Flavio, dal nome dell'imperatore Flavio Vespasiano, che ne volle la costruzione).
Il Colosseo a Roma fu costruito tutto con enormi blocchi di marmo bianco e di travertino (roccia calcarea molto rara e pregiata).
In tutto ci vollero 3,5 milioni di metri cubi di pietra trasportata a Roma in blocchi dalle cave che vi erano lì vicino, chiamate "fornaci", dove più di 10.000 schiavi, portati a Roma dalle conquiste fatte in Giudea, lavoravano ininterrottamente dall'alba al tramonto per la costruzione di quel colosso voluto dall'imperatore in persona, Flavio Vespasiano, sebbene 70enne e da suo figlio Tito.


I lavori veri e propri iniziarono nella valle tra i colli del Palatino, Esquilino e Celio, dopo aver prosciugato un piccolo lago che l'Imperatore Nerone aveva fatto costruire per la sua Domus Aurea.
I soldi furono ricavati grazie ai forzieri pieni di gioielli, oro e pietre preziose che Roma aveva ottenuto saccheggiando e deprecando i templi di Gerusalemme, 7 anni prima l'inizio delle operazioni di edificazione.
L'edificio suddiviso in quattro livelli, con un'altezza di 50 metri e un'estenzione a forma d'ellisse di circa 19000 m^2 e riuscì a contenere fino a 70000 spettatori.
Primo Piano: sullo spalto del primo piano alto 11 metri, circondato da semi-colonne in stile Dorico, vi erano i posti migliori riservati ai consoli e ai magistrati, sulle cui gradinate, vi erano poltrone e cuscini imbottiti e venivano incisi a caratteri cubitali i loro nomi; al centro vi era il podio dell'Imperatore e dei suoi ospiti; sopra il podio, vi erano i cavalieri che assistevano seduti su un semplice cuscino; accanto a questi ultimi vi erano le vestali dei templi sacri (sacerdotesse vergini, molto giovani, consacrate alla Dea Vesta, cui veniva attribuita la custodia del "Culto del Fuoco", perennemente acceso in Roma).
Secondo Piano: sullo spalto del secondo piano, più alto del primo di circa 2 metri, formato da colonne Ioniche, stavano i Patrizi.
Terzo Piano: sul terzo livello, alto 14 metri, in tessuto di colonne Corinzie, assistevano agli spettacoli la plebe romana e le donne più prestigiose.
Quarto Piano: sul quarto spalto, tutto fatto di gradinate di legno, conteneva, in particolari occasioni, anche altri spettatori provenienti da fuori Roma oltre agli schiavi.
Ultimo Piano: infine 240.000 pali di legno, manovrati da più di mille marinai, sorreggevano il "velario" (centinaia di metri quadri di tela massiccia) che proteggeva gli astanti dalla pioggia e dal Sole.
Arena: l'arena centrale dell'anfiteatro, a forma dell'ellisse, era lunga 77 metri e larga 46 metri; era formata da un tavolato di legno, ricoperto di sabbia (cioè di "rena", portata dai letti dei fiumi); per accedervi esistevano due grandi ingressi principali: ad ovest la "Porta Triumphalis"; ad est la "Porta Libitinensis" (dalla parola "Labitinia" o Dea della Morte); dalla prima entravano gli esseri umani o gli animali vivi, dalla seconda uscivano esseri umani o animali morti.
Sotteraneo: sotto l'arena del Colosseo (che poteva trasformarsi anche in una piscina per le simulazioni delle battaglie navali), al di sotto dei tredici metri di pavimento di legno, si estendevano numerosissimi corridoi, passaggi segreti, cunicoli ed ambienti destinati ad ospitare gli attrezzi e gli effetti speciali per le rappresentazioni teatrali (come avviene a Hollywood); sotto vivevano i gladiatori, assieme alle bestie feroci, venivano portati al centro della scena da più di sessanta carrelli elevatori, rampe e montacarichi adibiti allo spostamento delle gabbie stesse e delle scenografie della morte.
Gli spettacoli della morte
I malviventi e i criminali venivano così spediti in mezzo all'arena, seminudi; qua essi aspettavano la loro sorte crudele, cioè che le bestie li aggredissero e li divorassero pezzo dopo pezzo.
Tuttavia questi "spettacoli" macabri non finivano qua: dei montacarichi speciali, infatti, preventivamente ben allestiti e organizzati, portavano sulla scena, in mezzo all'arena, delle scenografie teatrali di morte, vere e proprie che si ispiravano alla mitologia Greca più raccapricciante:
tra gli sfondi mitologici ellenici vi era quella di "Orfeo" e la sua lira mentre veniva attaccato e dilaniato dalle belve feroci; un'altra scenografia era quella di "Prometeo" incatenato, mentre veniva sbranato dagli orsi; oppure si rievocava il mito di "Muzio Scevola" (era un aristocratico Romano, il quale di sua scelta mise la propria mano sui carboni ardenti per non essere riuscito ad uccidere un suo rivale), mentre un condannato veniva obbligato a farsi carbonizzare completamente un braccio sul braciere.
Ma i romani andavano matti per le "Danze Piriche" attesissime dai Romani: i prigionieri venivano spalmati con degli oli o unguenti speciali a cui poi si dava fuoco; il divertimento stava nel vederli mentre essi si dimenavano come torce umane, in una sorta di danza macabra, fino a cadere morti carbonizzati.
Ma erano le bestie a cacciare gli uomini; agli animali selvaggi, infatti, appena arrivati a Roma, stanchi ed affamati, dopo settimane e settimane di viaggio, si dava subito loro della carne umana, affinchè si adattassero a gustare il sapore dell'uomo, quando i delinquenti o i condannati a morte dal senato venivano gettati "Ad Bestias" (alle bestie).
Nonostante la morte di Vespasiano, avvenuta nel 71 d.c. (anno dell'eruzione del Vesuvio), nell'estate del 80 d.c., divenuto Tito Imperatore di Roma, egli inaugurò il Colosseo, ormai pronto e di tutto marmo bianchissimo, perfettamente incastonato di colonne
Doriche, Ioniche, Corinzie, statue, stucchi ed affreschi ovunque, ed aprì le porte dell'anfiteatro a tutti i Romani, iniziando così per tre mesi consecutivi, festeggiamenti e spettacoli gratuiti, che iniziavano la mattina e si concludevano la sera.
In quei novanta giorni di giochi, tra un susseguirsi incessante di giocolieri, funamboli, trapezieri, venditori di bevande e cuscini, persero la vità più di duemila gladiatori e novemila specie di animali, tra elefanti (150 erano stati portati da Cartagine in un giorno per essere usati ed ammazzati come tiro a segno); gli struzzi, leoni d'Etiopia, leopardi, tigri dall'India, orsi, gnu, antilopi, ippopotami; centinaia e centinaia di animali venivano catturati e portati nel Colosseo ed uccisi durante la caccia alle belve feroci, che allora si chiamava la "Venationes".
Nel Colosseo, dunque, si svolgevano anche combattimenti tra uomini detti "Gladiatores" o schiavi, talvolta prigionieri di guerra che lottavano per aver salva la vita e per la libertà.
Introdotti in Roma per la prima volta nel 260 a.c., i combattimenti dei gladiatori (su cui era organizzato un vero e proprio giro di scommesse), consisteva nel ferire e poi uccidere l'avversario, tra l'eccitamento del pubblico che agitava dei fazzolettini bianchi urlando: "Iugula, Iugula!" ("Scannalo!"), se invece gli spettatori chiedevano che il perdente fosse risparmiato gridavano: "Missus, Missus!" ("Grazialo!"),
l'Imperatore aveva però l'ultima parola e faceva il segno distintivo, se il suo pollice saliva in alto il gladiatore sarebbe stato liberato; se il pollice fosse stato capovolto all'ingiù, sotto il plauso di tutti, il gladiatore veniva ucciso.


Video lezione nascita Roma (leggenda):
Video lezione nascita di roma (storia):
Video lezione Colosseo:

4 mar 2014

Alessandro Magno

Alessandro Magno

Alessandro Magno, conosciuto anche come Alessandro il Grande, il conquistatore o Alessandro il Macedone, nacque a Pella, in Macedonia nel 365 a.c. e morì forse avvelenato in Babilonia, detta anche Babele.
Babilonia è in Iraq a sud di Baghdad, nel 322 a.c., in soli dodici anni, Alessandro, conquistò l'intero impero Persiano che partiva dall'Asia Minore, includeva l'Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India Settentrionale, fino ai confini della Cana.
Alessandro era un atleta instancabile, già a nove anni era riuscito a dominare "Rucefalo" (Cavallo), regalatogli dal padre, Filippo II di Macedonia, che si diceva discendesse da Ercole, figlio di Zeus, mentre la madre di Alessandro, la principessa Olimpia, si diceva discendesse da Achille.
All'età di tredici anni, Alessandro Magno, viene educato dal grande filosofo Greco Aristotele, il quale gli aveva insegnato le arti mediche, l'arte dell'eloquenza (saper parlare) e la lingua Greca Antica, preparandogli appositamente un edizione dell'Illiade di Omero.
Nel 336 a.c., Filippo II viene pugnalato all'improvviso da Pausania, una sua guardia del corpo, mentre si trovava a teatro; Alessandro a soli venti anni divenne in quel modo l'erede di un impero (Macedone) lasciatogli dal padre: uno stato forte militarmente e nello stesso tempo raffinato culturalmente; adesso Alessandro voleva affrontare il Re dei Re, Dario III, esattamente come aveva sognato di fare il padre Filippo II, prima di morire, per vendicarsi di tutti quei decenni di angherie subite, poichè dalla Persia, Dario III, come i suoi predecessori continuava ad infastidire le Poleis Greche, dalla notte dei tempi.
Alessandro che aveva un grande ascendente sui suoi soldati, decise di portare avanti un simile progetto, anche grazie all'esercito formidabile che aveva; dotato di cavalleria pesante, arcieri esperti nell'uso di lance micidiali lunghe tre metri; oltre ad una cavalleria leggera ed una fanteria strutturata in falangi e dotata della famosa "Sarissa", una lancia lunga sei metri, pronta ad infilzare il nemico con la precisione di un tiro-a-segno.
Ecco che nel Maggio del 334 a.c. sul fiume "Granìco" (Troia) si combattè la Battaglia di Granìco", che aprì le porte dell'impero Persiano ad Alessandro Magno, partendo dall'Anatolia (Turchia); qua 5.000 cavalieri e 30.000 fanti Greci insieme agli "Ipaspisti" (guardie scelte, dell'esercito Macedone, erano truppe versatili, efficaci sia in difesa che nel distruggere reparti di fanteria pesante nemica; grazie alla loro scioltezza nel muoversi, essi venivano utilizzati in operazioni speciali, durante le incursioni notturne o nelle scalate delle mura nemiche), i quali combatterono contro 15.000 cavalieri, 30.000 fanti ed 8.000 mercenari Persiani; le perdite dei Macedoni furono di 400 uomini; i Persiani invece ebbero 3.000 cadaveri: 1.000 ritirati e 2.000 fanti catturati. I 2.000 fanti catturati vennero mandati ai lavori forzati nelle miniere del "Pangeo". 
Il conquistatore diede grandi onori ai caduti, esentò dalle tasse i genitori ed i figli dei defunti che gli erano stati più fedeli, poi inviò trecento armature delle spoglie nemiche ad Atene con un messaggio in cui si leggeva "Alessandro, figlio di Filippo ed i suoi soldati Greci, dedicano queste spoglie alla loro Patria, tolte ai barbari che vivono in Asia"; le armature furono un riferimento ai trecento guerrieri spartani che nel 480 a.c. morirono con Re Leonida al "Passo delle Termopili".
Durante i dieci mesi successivi caddero sotto l'esercito Macedone: Mileto e poi Alcarnauso.
Intanto il Re di Persia, Dario III, il padrone del più vasto impero della Terra, nella città di Babilonia, stava radunando 60.000 fanti, 30.000 cavalieri e 30.000 mercenari per lo scontro tra Persiani e Macedoni che avvenne nel 300 a.c. nel "Golfo Isso" vicino al fiume Panaro, sui monti Alamano.
Lo scontro iniziò dal primo novembre 333 a.c. al pomeriggio, Alessandro guidò direttamente la carica con la cavalleria leggera sulla sua destra: superò gli schieramenti posti dalle truppe, mentre la falange, meno veloce nei movimenti cedeva lentamente al nemico che l'attaccava da ogni parte.
Alessandro era un grandioso stratega: aveva una capacità particolare di schierare e organizzare l'esercito in modo tale da colpire il nemico esattamente nel luogo e nel tempo da lui desiderati; sapeva individuare i punti deboli degli avversari che attaccava aprendo un varco.
Durante la battaglia sul fiume "Pinaro", Alessandro lanciò la sua lancia: si dice che mancò di poco Dario III sul suo carro circondato da tremila uomini.
Dario III, spaventato, si dette alla fuga salendo sul suo cavallo, mentre il fratello Assatre rimase a combattere fino alla morte. La battaglia si concluse con la disfatta dei Persiani, che morirono in più di centomila.
Il Re Persiano aveva perso in campo le sue truppe migliori, assieme a quasi tutti i più validi ufficiali , ma sopratutto aveva perso il proprio prestigio di condottiero tra i nobili Persiani, fuggendo davanti al nemico.
Tra i Macedoni si contarono centocinquanta morti oltre ad un immenso bottino tra monete d'oro, monili, pietre preziose, gioielli.
Vennerò assieme ai gioielli catturati i familiari, tra cui sua madre, sua moglie Satìra I e le sue due figlie bellissime, Satìra II e Dripetide.
Nei successivi mesi dalla battaglia di "Isso", Alessandro il Conquistatore penetrò in Siria, in Palestina e in Egitto che stavano entrando sotto l'egemonia dei Greci, eccetto la città di "Tiro" che resistette per molte settimane all'assedio Macedone. 
Essendo stata costruita su un'isola, era protetta da altissime mura ed era creduta dai suoi cittadini una città inespugnabile.
Ma cadde anche Tiro; solo allora Dario III cercò di negoziare con l'Impero Macedone, offrendogli in dono moltissimi dei suoi territori.
Ma quest'ultimo rifiutò l'offerta e nel Luglio del 331 a.c., il Macedone con quarantamila fanti, settemila cavalieri, proseguì la sua marcia verso est, dove Dario III lo stava aspettando a "Gaugamela" (in Iraq),
con elefanti armati (erano maschi, più veloci delle elefantesse, con una pelle molto più spessa  da scalfire), trentacinquemila cavalieri, duecentomila fanti, dotati di archi, giavellotti, scimitarre; in attesa di sfoderare i duecento "carri da guerra" (veniva chiamato anche "carro falcato", un antico carro, a due o quattro ruote; era munito di lame taglienti sulla testa e sul timone, sui rozzi delle ruote (centro) e sulle sponde.
Venivano lanciati al galoppo da cavalli bardati e facevano strage di qualunque cosa si trovassero davanti).
La "Battaglia di Gaugamela" si svolse il primo ottobre del 331 a.c. in una piana, ed Alessandro, dopo aver puntato di nuovo contro Dario III, quest'ultimo, per l'ennesima volta, abbandonò il campo di battaglia.

Sul campo si contarono più di cinquantamila cadaveri in poche ore; assieme a quella battaglia stava crollando lo stesso Impero Persiano.
Questa volta Alessandro inseguì il suo nemico per più di 100 Km a sud di "Gaugamela"; e nel dicembre del 330 a.c., entrò in Babilonia, si impossessò dei magazzini della città e di tutti i preziosi, facendo decine di migliaia di prigionieri.
Nella primavera del 328 a.c., raggiunse la Persia e le tre città imperiali principali cadderò ai suoi piedi: la città di Susa (dove rilasciò i familiari di Dario III), l'altra città di Persepoli e Pasargade.
Durante quell'inseguimento, Alessandro con le sue truppe leggere, a marcie forzate, viaggiò ininterrottamente per più di dieci giorni, e proprio mentre Dario III si stava dirigendo in Afghanistan, vicino a "Teheran", il sovrano Persiano venne assassinato da Besso, un capo tribù Persiano che gettò il corpo sul ciglio di una strada.
L'ultima grande campagna di Alessandro, fu l'inizio della conquista dell'India, attraversando la ricca "Valle dell'Indo", una terra produttiva e più lucrosa dell'Impero Persiano.
Nel maggio del 326 a.c., il Re Indiano Poro con duecento elefanti da guerra, tremila cavalieri e cinquantamila fanti sul fiume "Idaspe", bloccò Alessandro Magno (Pakistan).

Alessandro sarebbe voluto arrivare fino al fiume "Gange"; ma l'esercito Macedone, esausto, sfinito, ormai indebolito da tutti gli anni di guerre (era rimasto solo il 15% dell'esercito), anche per via dei pericolosi monsoni, per via delle pioggie torrenziali, della malaria e degli elefanti che infestavano la giungla, non volle spingersi oltre l'Impero Persiano ormai conquistato. Per la prima volta nell'estate del 326 a.c., dopo anni di fedeltà al suo condottiero, sulla riva del fiume "Ifasi", l'armata Greca si ammutino (ribellò).
I soldati volevano ritornare in Patria per godere dei benefici e della gloria che la guerra aveva procurato ovunque a loro.
Per tre giorni e tre notti, Alessandro, rimase da solo, nella sua tenda, arrabbiato e in preda al rancore e nell'agosto del 325 a.c., Alessandro invertì la sua direzione di marcia, cedendo al suo esercito.
Nel 324 a.c. arrivarono di nuovo a Susa. Lì si sposò con Statìra, la figlia di Dario III; mentre Dripétide, figlia di un altro Re Persiano andò sposa al suo amico Efestione.
A Babilonia, nel 323 a.c., mentre si stava preparando per una spedizione nel "Golfo d'Arabia", dove attaccare i Cartageni; dopo una festa, durante la notte Alessandro venne assalito da una febbre malarica violenta, che lo portò alla morte, il 10 giugno del 323 a.c., a soli 32 anni di vita, dopo aver conquistato quasi tutto il mondo allora conosciuto.






RIASSUNTO VIDEO ITALIANO

RIASSUNTO VIDEO INGLESE


3 feb 2014

Guerre Greco-Persiane/Prima e Seconda Guerra

Guerre Greco-Persiane

La Grecia, durante il V secolo a.c., affrontò l'impero Persiano, attraverso due grandi conflitti a distanza di dieci anni l'uno dall'altro; scontri dunque tra Oriente e Occidente, con continue ritorsioni tra mondo Greco e mondo Persiano.
Così nella Prima guerra Greco-Persiana (490 a.c.), gli Ateniesi al comando del generale Milziade, sconfissero l'esercito del Re Persiano Dario I che in quell'anno aveva invaso l'Attica (Nord-Est della Grecia).
Nel 480 a.c., invece, si combattè la Seconda guerra Greco-Persiana: la flotta Ateniese stavolta comandata dal generale Temistocle, sconfisse a Salamina quella del Re Serse, mentre al passo delle Termopili, il Re Spartano Leonida, ritardava l'avanzata dei Persiani.
La Prima guerra Greco-Persiana (Milziade-Dario I)
Subito dopo le riforme di Clistene, nel 500 a.c., vi furono pesanti scontri bellici tra Greci e Persiani; le poleis infatti rischiavano di finire sotto il dominio dei persiani che si stavano espandendo sempre di più. Volendo infatti, il Re Persiano Dario I conquistare la Grecia, a quei tempi divisa, nel 494 a.c., con la sua flotta distrusse completamente la polis di Mileto (sotto Troia), deportando tutti i sopravvissuti come schiavi nel suo paese.
Due anni dopo nel 492 a.c., sempre Dario I, guidò una spedizione questa volta in Macedonia e la sottomise.
Visti i precendenti successi nel 491 a.c., Dario I, inviò i suoi emissari in tutte le poleis della Grecia, per chiedere in dono "terra e acqua", in segno di sottomissione al Re; quasi tutte le poleis obbedirono senza discutere nè sbatter ciglio, eccetto Atene e Sparta.
Così, nel Settembre del 491 a.c., la flotta Persiana, dopo aver raso al suolo Eretria, gettò le ancore sulla costa di Maratona, a pochi Km da Atene.
Ma gli Ateniesi al comando del generale Milziade, schieratisi sulle colline della città con 9.000 Opliti (soldati/fanti), dopo aver chiesto soccorsi a Platea e a Sparta, i cui aiuti non arrivarono in tempo per via di una festa religiosa, Milziade, con un attacco improvviso, nella "piana di Maratona", riuscì a sconfiggere il potente esercito nemico preso alla sprovvista, che si ritirò rientrando in Persia.

La Seconda Guerra - Persiana (Temistocle/Leonida/Serse)

Mentre si stava preparando per assediare di nuovo la Grecia, Dario I morì all'improvviso ed al trono di Persia succedette il figlio primogenito Serse I, il quale riprese i preparativi per l'invasione.
Ed ecco dall'Ellesponto (Stretto dei Dardanelli), venne costruito un enorme ponte, per permettere all'esercito Persiano di arrivare in Europa agevolmente.
Così, nel 480 a.c., completati i preparativi, l'armata di Serse I, si mise in marcia, procedendo lentamente attraverso la Tracia (Bulgaria) e la Macedonia.
La notizia dell'imminente arrivo dei Persiani giunse in Grecia ad agosto. Dal canto loro, anche i Greci si stavano preparando alla guerra, infatti due anni prima (482 a.c.), fu presa la decisione, sotto la guida dell'Ateniese Temistocle, di costruire una massiccia flotta di oltre cento navi, che sarebbe servita loro nella lotta contro il nemico; non avendo però gli Ateniesi uomini a sufficienza, essi chiesero a tutti i Re della Grecia di unirsi, per organizzare la difesa della Patria.
Finalmente, nell'autunno del 481 a.c., a Corinto, un'assemblea di tutte le Poleis della Grecia si riunì per due settimane.
Il piano di battaglia presentato da Temistocle, a tutti i rappresentanti delle città-stato, aveva una duplice strategia: venendo da Sud, l'esercito di Serse I, sarebbe dovuto passare per forza attraverso lo stretto "Passo delle Termopili"; qua i Persiani sarebbero caduti in trappola più facilmente, mentre la flotta delle cento navi gli avrebbe aspettati in fuga sotto le Termopili nello "Stretto dell'Artemisio".
L'armata navale fù lo strumento di trasformazione dei Greci (fino ad allora avevano sempre combattuto a cavallo), adesso Atene in testa stava diventando una super-potenza navale, grazie alla nascita della Lega marittima "Dedalo-Attica".
Il comando militare della Lega venne affidato ad Atene, sull'isola di Delo, luogo ideale come sede, sia per la posizione geografica, sia per la presenza del tempio dedicato ad Apollo, dove venne depositato il tesoro della Lega: ogni anno i federati dell'assemblea delle Poleis, dovevano versare un contingente navale (nave o parte di essa), chi non fosse stato in grado di fornirlo avrebbe dovuto pagare una multa in danaro.
Atene si assunse il controllo del tesoro della Lega; percui la città cercò di imporre la propria egemonia sulle altre Poleis: da qui tutta una serie di lotte civili e di rivolte da parte degli Alleati, represse con sanguinose stragi di cittadini; Temostocle (generale), infatti, costruì una cinta muraria intorno alla Polis di Atene, fortificò il "Porto di Pireo" e subito gli Alleati lo accusarono di aver usato i soldi del patrimonio, per abbellire la città e i propri interessi.
A metà agosto del 480 a.c., l'esercito Persiano fu avvistato nel "Golfo di Malia" mentre si stava avvicinando alle Termopili.
Il numero di soldati che Serse I radunò è sempre stato oggetto di dibattiti senza fine da parte degli storici.
Erodoto (storico antico), sosteneva che in Grecia stessero arrivando due milioni e mezzo di soldati, accompagnati da un numero equivalente di personale di supporto (schiavi, scudieri, ecc..), lo storico Simonide parlò invece di quattro milioni; Tesia sostenne che il numero degli uomini era di 800.000 unità.
Gli studiosi moderni tendono a rifiutare le cifre forniteci da Erodoto e degli altri scrittori, essendo tutti Greci, essi tendevano sicuramente a esagerare; oggi gli studiosi sono quasi tutti concordi che i Persiani fossero poco più alle 700.000 unità, escluso il personale di supporto di circa 300.000 persone. Gli studi fatti, recentemente, prevengono dal numero dei censimenti di allora in Persia.
Riguardo invece la quantità degli Spartani, vi è altrettanta confusione ed ambiguità nelle cifre pervenuteci; l'unico più attendibile è "Diodoro Siculo" che già allora scriveva: "Temistocle, quando ricevette la nomina, incaricò Leonida (Re di Sparta) di accompagnarlo nella campagna alle Termopili solo un migliaio di uomini; partirono infatti un migliaio di Greci e con loro trecento Spartiati".
Serse I, dunque, stava iniziando la sua marcia contro i Greci, con le truppe di terra, lungo le coste dell'Egeo, mentre la sua flotta, parallelamente, riforniva l'esercito.
Secondo Erodoto le navi Persiane erano 1200 assieme a quelle dei suoi alleati tra cui trecento navi Fenicie (Libano); duecento Egiziane; centocinquanta da Cipro; duecento dalla Cilicia; cento dall'Ellesponto (Turchia); settanta dalla Caria (Rodi) e le restanti centottanta dalle isole dell'Egeo.
Sempre secondo Erodoto oltre a quello navi ve n'erano altre 3000 più piccole per il trasporto delle vettovaglie. Ma queste navi da guerra (La Triremi) era un tipo di nave usata da tutti i popoli antichi, che usava come propulsione, tre file di rematori, disposte sulle due fiancate della nave; dotata di un solo albero.
Questo tipo di imbarcazione issava la sua vela rettangolare o triangolare in tempi di pace; ma veniva poi ripiegata, nei periodi di guerra, durante gli scontri armati. La lunghezza era di media 39 m; la larghezza non superava mai i 6 m; sulla prua, nella parte inferiore, un rostro, cioè uno sperone di legno, rivestito di bronzo, dalle lame taglienti serviva a sfondare e ad affondare le navi nemiche.
Le triremi contavano un equipaggio di circa duecento uomini, tra cui 160 rematori: su tre file sfalsate di livello; dieci marinai per la manovra delle vele; cinque ufficali; 14 fanti di
marina; dieci opliti (fanti) e quattro arcieri.
I vogatori non erano schiavi ma cittadini poveri, altamente addestrati, i quali durante le battaglie, completamente ignudi, sviluppavano il massimo della potenza, grazie all'impeto e alla loro forza.
Lo scontro navale avvenne presso "Capo Artemisio", tra la flotta dei Persiani e quello dei Greci. La tattica degli Ateniesi prevedeva di trattenere i nemici via terra, presso lo stretto "passo delle Termopili"; poi attaccare via mare, permettendo così alle Poleis di allestire un più vasto numero possibile di uomini.
Così, un piccolo contingente di truppe Greche, comandato dal Re Spartano Leonida, fu in grado di bloccare per tre giorni l'esercito Persiano (gli Spartani erano pronti a sacrificare la propria vita, pur di non perder la Patria, comprese le mogli e i figli, ma sopratutto la libertà).
La responsabilità di Re Leonida era immensa; se fossero cadute le Termopili, la Grecia sarebbe stata subito invasa. Gli Spartani allora costruirono un muro alto con i cadaveri degli esploratori Persiani, costringendo l'esercito nemico ad infilarsi nella stretta gola delle Termopili.
Ma Serse I dopo un tradimento da parte di un Greco, prese alle spalle l'esercito Greco raggirandolo grazie ad un passaggio segreto. La marina Greca comandata, da Temistocle, saputa la notizia della catastrofe alle Termopili, saputo che Leonida era morto, videro pian piano i Persiani riversarsi dentro Atene.
Così venne dato l'ordine di ritirarsi e la flotta Greca si diresse verso l'isola di Salamina (Settembre 480 a.c.).
I Persiani, dopo essere entrati in Atene, precedentemente evacuata, mentre stavano attaccando la flotta Greca, Temistocle, con uno stratagemma e grazie ad una tempesta, evidentemente provocata dagli Déi, durante la notte incendiò duecento navi Persiane; Serse I, che dalla terraferma osservava la scena, temendo di rimanere bloccato in Europa, poichè gli era arrivata la notizia che le altre Poleis si erano alleate, si ritirò con gran parte del suo esercito, dopo aver perso molti uomini per via della malaria, e lasciò da solo il generale Mardonio da solo a combattere.
L'anno successivo, l'esercito Greco comandato da Pausania, successore di Leonida, sconfisse definitivamente i Persiani nella "Battaglia di Platea" (20 Agosto 471 a.c.), cacciando per sempre i nemici Persiani.

Video riassuntivo e storico